lunedì 5 agosto 2013

Il profumo del mare



Il profumo del mare

Tanto tempo fa, il profumo del mare era solo un odore piacevole, che non nascondeva nessun significato nascosto. Solo in seguito lui avrebbe capito quello che era successo e rimpianto quello che non era stato, ma consapevolezza e nostalgia sono due complicazioni dell'età adulta, a cui i ragazzini sono fortunatamente immuni.
La spiaggia di notte, invece, è il tempio dell'adolescenza e perpetua il rito della scoperta del mondo con una precisione quasi maniacale. 
Lui aveva conquistato quello spazio da poco, esattamente come lei. I fidati compagni di quelle serate non meritano neanche di essere citati, ricordi scoloriti dall'album della mente. Solo le emozioni più forti hanno il potere di catturare il tempo e loro avevano scelto di incollarsi l'uno all'altro.  
Da adulti, lui l'avrebbe invitata a cena in un ristorantino sul mare, poi la malizia degli anni avrebbe fatto il resto. In quei giorni, invece, la scalata alle labbra di lei era fatta di rocce impervie e un bacio sembrava una conquista degna di un grande esploratore. Lui cercava di arrampicarsi con l'aiuto di un'ironia in cui già s'intravedeva il riflesso di un futuro disincanto, lei gli forniva continui appigli con quel sorriso che non sarebbe mai più stato così limpido. Le loro sdraio si avvicinarono fino quasi a scontrarsi, ma alla fine rimasero incastrate nell'incanto di quegli anni. Lei lo avrebbe voluto baciare più di ogni altra cosa, ma sapeva che se non lo avesse fatto lui non sarebbe stato lo stesso. Lui cercava il momento perfetto, ma la perfezione è teoria, non pratica. Così, per vivere un amore speciale finirono per non vivere niente. Il tempo non ha pazienza e chi non coglie le proprie occasioni è destinato alla prigione dei ricordi. Lei però, ne uscì appena in tempo, scegliendo di cedere ad un amore autunnale. Lui cercò sempre quella passione estiva, ma non la ritrovò mai. 
Oggi, appena sente il profumo del mare, viene investito da una mareggiata di significati. Quando riemerge a galla, cerca l'odore più importante di tutti, ma non lo trova più. Lei appartiene ad un altro tempo ed un altro luogo, quello della nostalgia. 

lunedì 8 aprile 2013

Gli eroi sanno sempre quello che fanno




Nel 1994, il mio eroe si chiamava Giuseppe Giannini, il principe. Lo stesso valeva per molti altri miei coetanei, ma un bambino non è mai geloso: ha solo bisogno di credere che ci sia qualcuno pronto a proteggerlo dal più grande avversario che conosce, ovvero il disincanto.
Per questo, un gol di Giannini valeva più di quello degli altri, perché era un omaggio diretto alla magia del calcio.
Quello era l'anno della quarta elementare, del sei grande ma non troppo; andavo ancora a letto dopo cena, ma non quando c'era il posticipo. Il posticipo era un rito laico che si compiva con regolarità svizzera quelle poche volte che la Roma giocava la sera. In uno slancio di entusiasmo mio padre si era infatti abbonato a telepiù, costringendo mia madre a lunghe maratone in cucina per fare fronte a tutti gli invitati. Le regole erano ferree: i grandi erano sul divano e i bambini seduti per terra. Poi tutti in religioso silenzio ad ascoltare la telecronaca, in attesa che si gonfiasse la rete avversaria.
Quella sera del marzo 1994, la Roma era impegnata nella partita più importante dell'anno: il derby, ovvero l'unica occasione in cui erano ammessi anche laziali al posticipo. Sempre uno massimo due, ma temuti perché minoranza infausta e pericolosa.
Sullo schermo, scorrono le immagini dei giocatori. Uso il presente, perché nella mente dei tifosi esiste un'unica grande eterna partita. Giuseppe Giannini, il numero dieci, è il leader indiscusso della Roma di Carlo Mazzone. Dall'altra parte del campo, la Lazio di Signori e Marchegiani. Il primo tempo si conclude uno a zero per loro. Poco male, le pance erano ancora piene per la cena appena trascorsa e c'era tutto il secondo tempo per digerire e sperare in Giuseppe Giannini. Lui, l'eroe, non ci tradirà mai.
In effetti la Roma comincia bene. Dopo pochi minuti entra in campo un ragazzetto biondo di nome Francesco Totti. Il principe lo incoraggia subito, ancora non sa che quel giovane diventerà re. Il talento già si vede, ed a metà secondo tempo Francesco entra in area di rigore vicino alla linea di fondo, salta un avversario e viene messo a terra. Rigore. Sulla palla, Giuseppe Giannini, l'eroe. Il gol non potrà mai mancare. Il numero 10 prende la rincorsa e colpisce la palla, che rimane lenta. Sarà un trucco, penso io, perché gli eroi sanno sempre quello che fanno.
Marchegiani intuisce la direzione del tiro e si avvicina sempre di più al pallone. Un istante che dura secoli e poi devia la sfera, respingendola fuori dalla porta. Giuseppe Giannini si mette le mani tra i capelli, ha un'espressione che raramente hanno gli eroi. La partita finisce uno a zero per la Lazio ed io mi scopro seduto sul divano. Improvvisamente, Il mondo è cambiato; è diventato un posto troppo piccolo per la magia, e gli eroi in fondo non sono altro che normalissimi esseri umani.
Passano quasi sei mesi, comincia l'ultimo anno delle elementari. Sono diventato un ometto, come diceva mia nonna. La Roma è ancora allenata da Mazzone ed ha sempre Giuseppe Giannini come capitano. Io continuo ovviamente a seguirla e penso che Giannini sarebbe davvero un grande eroe, se solo non fosse umano. Quell'anno il derby di andata si gioca di pomeriggio, il 27 novembre. Niente posticipo, solo telecronaca alla radio. Il 1994 sembra davvero l'anno del disincanto.
Poi all'improvviso, il colpo di scena: il prefetto, per questioni di ordine pubblico, decide di dare la partita in chiaro su Raitre solo nel Lazio.
Sul divano, solo io e mio padre. Sullo schermo, sfilano di nuovo i giocatori. C'è anche Giuseppe Giannini, il numero 10. Comincia la partita e la Roma si porta subito in vantaggio; neanche il tempo di esultare e si va sul due a zero. A metà secondo tempo, siamo tre a zero. La Lazio non ha mai superato la metà campo. Il merito è quasi tutto di Giuseppe Giannini, il principe. La sua è una prestazione immensa, quasi regale: io sono di nuovo seduto a terra, convinto di aver appena imparato una lezione importantissima. Il rigore sbagliato di marzo serviva solo a farmi capire che la chiave per mantenere intatta la magia è la fiducia: gli eroi infatti non cadono mai per davvero, il loro è solo un trucco per farti gioire di più quando si rialzeranno. Tanti derby sono passati da quel giorno, la Roma ha vinto uno scudetto e giocato partite importantissime: ha vinto ed ha perso, ma io ormai avevo trovato il mio antidoto personale contro il cinismo. Grazie a Giuseppe Giannini, il numero 10, avevo imparato a credere negli eroi.






sabato 2 febbraio 2013

Una farfalla d'inverno




E' fragile il cristallo di boemia, non si adatta a contesti in cui non viene privilegiata la bellezza. Come tutti i gioielli, non sa accettare la sconfitta: o spicca o muore, incapace anche solo di pensare ad un compromesso. Eroe senza riconoscimenti, ha vinto il trofeo della passione, ma perso tutti gli altri. E' un cercatore di poesia pura e come tutti i teorici ha la colpa di non essersi voluto sporcare con il mondo. Rimarrà il più pulito, ma anche il più inutile, perché avrà sempre il demerito di non aver compreso il potere salvifico della vittoria. Lo possiamo considerare l'unico sano in un mondo di pazzi, o l'unico matto in un mondo che sano non sarà mai. Di sicuro, è leggenda che non sa essere storia. Un meraviglioso e inutile cristallo di boemia, fragile come una farfalla d'inverno. 

giovedì 6 dicembre 2012

L'archeologia dell'amore.




Serena aveva seppellito le sue rughe sotto diversi strati di fard, e si era persa tra le rovine della sua gioventù. Il suo cuore era come un prezioso reperto dimenticato nel sarcofago del suo petto. Si guardava attorno annoiata, come un turista svogliato durante una visita ad un museo poco interessante. La sala da ballo del centro anziani era un omaggio ai tempi andati, un centro studi per appassionati di Storia antica. Serena preferiva rimanere a mò di colonna a lato della stanza, ed osservare quello che succedeva davanti a lei. Sulla pista scricchiolavano lente ossa coraggiose, che non avevano ancora ceduto alla crudeltà dell'età. Il proprietario di alcune di queste, Vincenzo, vedovo da più di dieci anni, aveva distratto i suoi quasi ottant'anni con un mix di farmaci ad hoc, ed era pronto per una serata d'altri tempi. Appassionato di archeologia dell'amore, Vincenzo dedicava ogni sera alla ricerca di preziosi reperti per riempire il museo del suo cuore. La sedia vicino a Serena era libera, e Vincenzo non se la poteva certo lasciare sfuggire. Lei non si accorse neanche del suo arrivo, ma lui era un professionista, con un bel po' d'esperienza alle spalle. Picchettò con costanza per rimuovere le distanza fra loro, fino a che non riuscì ad ottenere la sua attenzione. 
Serena però era fatta di roccia dura, e non sembrava cedere minimamente. Vincenzo sapeva che il lavoro dell'archeologo è fatto di pazienza e lunghe ricerche, e cercò per tutta la sera di scavare un tunnel tra di loro. Alla fine, stremato da tanta resistenza, si addormentò, strappando una risata a Serena. L'istinto dello studioso subito si risvegliò in Vincenzo, che capì di aver trovato uno spiraglio. Di lì a poco le tese la mano, offrendosi di riaccompagnarla a casa. Serena sorrise di nuovo, scrollandosi di dosso la polvere che aveva accumulato in tutti quegli anni. Vincenzo aveva appena trovato il tesoro che cercava, e lesto lo circondò con il suo braccio, per godersi meglio l'esperienza della scoperta. 

lunedì 22 ottobre 2012

Il giorno sbagliato.

E' troppo facile essere come lui, si ripeteva, per diluire la sua solitudine. Nonostante tutto il tempo trascorso, non ci aveva ancora fatto l'abitudine. Non riusciva a darsi pace e per questo si dedicava sempre di più al lavoro. Solo ogni tanto si concedeva delle occhiate elusive al calendario, per controllare la situazione. Purtroppo non c'era niente da fare. Per lui era sempre tutto chiuso. Quando capitava il suo turno, le feste venivano rinviate o anticipate al weekend più vicino. Lui fingeva di non vedere e continua a masticare amaro. Senza di me voi non sareste niente, sussurrava, guardando i suoi colleghi. Di tutti, uno era decisamente insopportabile. Amato e stimato da tutti, era il suo esatto opposto. Faceva quello che voleva, forte del lavoro degli altri. Della sua costante fatica. E' troppo facile essere come lui, pensò il Lunedì, guardando il Sabato che usciva dall'ufficio per andarsene a fare una gita in campagna. Senza di me tu non saresti niente, sbuffò, prima di ritornare al lavoro.

mercoledì 17 ottobre 2012

Meno di zero

Noi non siamo niente. Non ci meritiamo neanche l'amarezza degli sconfitti, perché non abbiamo mai lottato. Ci siamo lasciati affossare nel fango delle promesse, e siamo stati risucchiati dalla speranza di un futuro che non sarebbe mai diventato presente. Siamo una generazione senza senso, troppo vecchi per proseguire l'adolescenza e troppo giovani per considerarci falliti.
Come tutte le cose che non esistono, ci definiamo per contrasto: non abbiamo fatto il sessantotto, non ci siamo goduti la ricchezza degli anni ottanta, non siamo nemmeno stati berlusconiani, che nel '94 eravamo bambini e quando votavamo erano sempre gli altri a fare certe scelte.
Siamo i campioni delle social revolution: post di facebook unitevi, e rimanete immobili davanti al computer.
Esperti ripulitori di coscienze, siamo bravi solo nel trovare scuse alla nostra inettitudine.
Crediamo tutti d'essere artisti, ma il nostro unico vero talento è quello di sfuggire alla realtà.
La verità è che ci siamo declinati sotto il segno della sottrazione: il nostro valore di riferimento è meno di zero, e non perché abbiamo surgelato i nostri sogni.
Nella matematica infatti, lo zero va distinto da "assenza di valore" poiché si tratta di due concetti diversi: ad esempio se la temperatura è zero, l'acqua ghiaccia, se manca il dato della temperatura, si verifica assenza del valore, per cui nulla si può dire.
Come per noi, che non siamo niente.

mercoledì 11 gennaio 2012

Un sorriso


Un sorriso è il solvente perfetto per tutti i tipi di preoccupazioni. E' il crick delle labbra e lo usiamo ogni volta che abbiamo un incidente con la felicità. Le sue sorgenti si trovano nelle profondità della nostra mente e quando ci scorre sul viso è fresco come un torrente di montagna. E' nella liquidità che si nasconde il segreto della sua essenza. Ci disseta e ci nutre come e più dell'acqua, ma quando cerchiamo di comprenderlo a pieno ci scivola sempre tra le mani.
Un mistero bellissimo, che a pensarci bene fa davvero sorridere. E non è questo tutto quello che ci serve?

mercoledì 30 novembre 2011

La confessione di un piccolo incubo


Io vivo nelle pieghe della notte. Sono scuro, ma non ho il cuore nero. Il buio è solo un buon posto dove nascondersi, ma non dove mettere radici. Sono un venditore di paure a domicilio, e busso a tutti i sogni nel tentativo che qualcuno mi apra. Il mio però è un campionario semplice, fatto di spaventi effimeri, solubili con il primo sole del mattino. Muoio un po' ogni giorno, ogni volta che una luce si accende in uno scantinato o che un bambino non ha più paura di quello che non conosce.
Per questo vi chiedo di non preoccuparvi di me. Uccidendomi, lascerete il campo libero ai sogni, che vi inganneranno mostrandovi quello che non esiste. Lasciandomi in vita, io continuerò imperterrito a disturbare il regno di Morfeo, permettendovi così di apprezzare al meglio l'unica cosa che conta davvero: la realtà. Sono scuro, ma non ho il cuore nero. Trafiggendolo otterrete solo qualcosa di peggio, di più colorato o spaventoso. Io vi aspetto dietro la porta, sperando di rubarvi un piccolo e insignificante spavento da dimenticare un attimo dopo.

Dedicato ad Harpun, che con il suo arpione ha finito per colpire anche me.
Se ne volete sapere di più, questo è il posto giusto per farlo
( http://www.harpun-comic.blogspot.com/ )

mercoledì 15 giugno 2011

Eclissi di Luna


Luna era una sognatrice, perdutamente innamorata del suo capo. Il suo universo girava tutto intorno a lui che era bello, grande e splendente, mentre lei era piccola e tonda. Non aveva nessuna speranza, e così spesso si accontentava di brillare di luce riflessa. A volte l'illusione di quel calore la portava a riempirsi di colori, ma subito li perdeva a causa della sua eterna insicurezza. Quella sera però si era fatta coraggio, e uno spicchio alla volta aveva deciso che si sarebbe dichiarata. Aveva tutto il tramonto per farlo e non c'erano nubi all'orizzonte. Gli si avvicinò, restando a distanza di sicurezza per non bruciarsi e cominciò a parlare d'amore. Lui però era troppo preso a brillare di luce propria e neanche la ascoltò. Così Luna si nascose nell'unico posto in cui nessuno l'avrebbe potuta vedere ed in quel cono d'ombra divenne rossa per la vergogna. In quel momento si rese conto di aver appena fatto qualcosa che il sole non avrebbe mai potuto fare: arrossire in preda ad un momento di debolezza. Quella notte si sentì forte come non mai. In fondo, disse, di stelle ne è più l'universo, ma quanti satelliti timidi conoscete?


mercoledì 8 giugno 2011

Solo nel mondo delle favole


La principessa soffriva per la mancanza di corteggiatori di valore. La sua bellezza perfetta, quasi soprannaturale, attirava solo principi azzurri interessati unicamente a conficcare la loro spada nel cuore di un drago. Lei sospirava rassegnata, nella speranza che un giorno avrebbe trovato qualcuno capace di sostenere una conversazione senza nominare cavalli bianchi ed armi lucenti.

L'orco aveva rinunciato da tempo a coltivare il giardino dei suoi affetti. Agli occhi delle donne era come un buco nero e nessuna si era mai fermata ad ascoltare la musica del suo cuore. Negli anni aveva imparato a foderare il suo aspetto bitorzoluto con tutta la dignità che era riuscito a trovare e la pellicola funzionava abbastanza bene come isolante dei sentimenti.

La carrozza reale correva veloce nel bosco, preoccupata di fare tardi all'ennesimo ricevimento. Una ruota ribelle decise di perdersi tra gli alberi, rovesciando il punto di vista sul mondo della principessa. L'orco fu risvegliato dal rumore e si precipitò fuori di casa.

Poiché si trattava di un mondo magico, la carrozza aveva preso fuoco, con la principessa all'interno.

L'orco arrivò sulla scena dell'incidente, si allacciò forte alla sua dignità e si tuffò tra le fiamme. La principessa riuscì solo a vedere il profilo di un volto irregolare seminascosto dal fumo, prima di svenire ormai al sicuro nel bosco. Cercò il suo salvatore in tutti i modi possibili, ma tutti i principi che millantavano l'impresa avevano sempre dei lineamenti troppo perfetti.

Aveva ormai perso la speranza quando un giorno, durante una passeggiata nel bosco rivide quella strana faccia. L'orco si girò verso di lei, sorpreso di trovare nei suoi occhi una luce che non aveva mai visto prima. Per un attimo entrambi ebbero la tentazione di affogare in un abbraccio tutti i loro problemi, ma poi si ricordarono di appartenere a mondi troppo lontani e proseguirono ognuno sulla propria orbita. Due come noi, pensarono mentre si allontanavano, possono stare insieme solo nel mondo delle favole.


mercoledì 20 aprile 2011

Incomprensioni linguistiche

Ispirato a questa storia vera (?) (http://www.repubblica.it/esteri/2011/04/19/foto/con_quello_non_parlo_e_la_lingua_muore-15143849/1/?ref=HRESS-2)


Manuel aveva la lingua annodata e non riusciva proprio a scioglierla. Chi non lo conosceva avrebbe pensato che fosse colpa del caldo, che in quel periodo si attaccava alla pelle come una colla a presa rapida. L'estate messicana però non c'entrava nulla. Era un problema differente, che riguardava sempre la pelle ma questa volta intesa solo come metafora. Continuò ad arrampicarsi sulla collina.

La vetta era ormai vicina e già riusciva ad intravedere il profilo di Isidro.

Era di nuovo arrivato prima del previsto e si era sdraiato all'ombra dell'unico albero, con la sua solita insopportabile aria di superiorità.

Manuel si chiese di nuovo cosa lo portava a salire fin lassù ogni anno allo stesso giorno nella medesima ora. Alzò gli occhi al cielo e tra le nuvole intravide il profilo di suo padre, di suo nonno e di tutta la sua famiglia. Per un attimo pensò quasi che lo stessero fissando, poi svanirono come avevano già fatto altre mille volte. Lui era l'ultimo degli Ayapa, l'unico al mondo ancora in grado di capire l'antica lingua Ayapaneco. O meglio, era quasi l'ultimo. C'era ancora suo cugino Isidro, che lo fissava ormai a meno di dieci metri di distanza.

I due si scrutarono a lungo, stringendo gli occhi come in un film di Sergio Leone. La loro era una strana forma di duello, quasi una ripercussione del destino che li aveva costretti ad avvicinarsi dopo anni di allontanamento. Nessuno dei due ricordava i motivi del loro litigio, ma ormai erano vent'anni che non si parlavano. Salivano su quella collina ogni anno e si guardavano per dieci lunghissimi minuti. Entrambi sapevano che nessuno dei due avrebbe mai proferito verbo, ma erano gli ultimi due parlanti di Ayapaneco rimasti al mondo e quel tentativo era un dovere nei confronti dei loro antenati.

Manuel non riusciva neanche a muovere la bocca e guardava avanti a sé senza con la stessa identica espressione. Lui e suo cugino sembravano due cactus che avevano finito l'acqua ma non l'orgoglio , con il triste risultato di lasciarsi consumare dal sole. Isidro, con fare teatrale aprì leggermente la bocca. Poi abbassò il capo e sputò a terra, decretando il fallimento di quella riunione. Manuel tornò sui suoi passi, mentre un'improvviso acquazzone scese dal cielo, metafora della disapprovazione dei suoi antenati.

Si girò e sorrise guardando suo cugino che si allontanava: sapeva benissimo che tutta quella messinscena non era altro che una scusa per non voler ammettere che ormai si erano entrambi dimenticati dell'antica lingua degli Ayapaneco, ma avrebbero preferito restare in silenzio per il resto della loro vita piuttosto che ammettere la verità.


mercoledì 23 febbraio 2011

A Silvia, ma per davvero




Silvia non voleva attraversare quel cortile, ma a volte non c'era proprio verso di evitarlo.

Quando le toccava cercava di camminare il più veloce possibile, perché correre le sembrava troppo scortese. Ogni tanto reclinava indietro il capo e guardava sopra di sé, quel poco che bastava per aver la conferma che quello strano giovane la stava fissando di nascosto dalla finestra del palazzo. Si chiamava Giacomo, ed in paese si mormorava che fosse lievemente storpio, ma in realtà non l'avevano quasi mai visto uscire di casa. Era sempre chino a studiare e si diceva fosse incredibilmente erudito per la sua età. Silvia non aveva ben capito cosa questo volesse dire e provava per lui una certa pena, anche se si sentiva sempre piuttosto sollevata quando finiva fuori della portata del suo sguardo. A volte le sembrava che lui agitasse la sua penna d'oca come una specie di bacchetta magica, per catturarla e portarla nel suo mondo fatto di libri e occhiali pesanti.

Per fortuna c'era Vincenzo che pensava a rassicurarla, stringendola tra le sue forti braccia da falegname. Lui le sussurrava sempre di non preoccuparsi, che quando erano insieme nessuno le avrebbe mai potuto fare del male. Lei lo baciava delicatamente e si addormentava serena, certa che Giacomo Leopardi non avrebbe mai potuto cancellare la forza del loro amore.



mercoledì 5 gennaio 2011

La porta della vita



La fica è il polo positivo del mondo, l'unico magnete capace di attrarre a sé la vita.

È un fiore che tra i suoi petali nasconde il segreto dell'amore.

È l'opposto della violenza e sa solo accogliere, mai invadere.

Esageratamente ottimista, riesce ad eccitarsi anche quando si attacca al cazzo.

È una produttrice seriale di orgasmi e la più importante fonte di inquinamento della tensione.

La fica è la regina ideale di tutti gli uomini e consapevole del suo potere sorride beata tra le cosce.


martedì 28 dicembre 2010

Il primo poeta della storia


Il primo poeta della storia dell'umanità nacque la notte di un giorno qualsiasi in un posto come tanti altri. In quel periodo tutte le cose più belle si erano nascoste in piena vista, e nessuno riusciva a notarle. La realtà era come un museo senza etichette e le parole vagavano libere in attesa di conoscere il loro significato. Il primo poeta non aveva la percezione della sua importanza: guardava il mondo con gli stessi occhi degli altri, ma i suoi contenevano un pericoloso luccichio.

La miccia che accese il suo talento fu il sorriso di una ragazza, destinato però ad un altro membro della sua tribù. Sfortunatamente per il povero poeta, il suo rivale lo superava in forza, bellezza e talento nella caccia, insomma in tutte quelle abilità che servivano a sedurre una donna.

Solo affinando la sua capacità di scovare il bello nel mondo il poeta avrebbe potuto sconfiggere il suo rivale, e così cominciò ad usare il suo talento per addomesticare le parole.

Nella sua mente queste non erano altro che delle scatole dove mettere da parte per lei piccoli frammenti di meraviglia.

Così, ogni volta che la incontrava, lui le regalava qualcosa che lei non conosceva, come la luna, il tramonto, le stelle e la primavera.

Lei sorrideva e non capiva, e continuava a rotolarsi nel prato con quell'altro.

Un giorno, dopo un amplesso particolarmente riuscito, lei guardò il cielo notturno ripetendo le parole che gli aveva insegnato il poeta. Il suo compagno grugnì disgustato, e poi si stese sull'erba.

Lei si alzò e corse via.Trovò il poeta sotto un albero, con gli occhi aperti ed un sorriso dipinto sul volto.

Lei gli si sedette accanto, e gli sussurrò in un orecchio

Parlami ancora.

In quel momento, il mondo divenne un posto speciale.

giovedì 20 maggio 2010

Il segreto del Poeta


Il poeta cerca di sedurre la realtà con le sue rime baciate, ma finisce quasi sempre per fare solo delle terribili figure retoriche. Soffre di piccole perdite notturne di concretezza, e fa sogni appiccicosi dai quali non si libera mai del tutto.

Ha una scuola di ballo per pensieri, e gli insegna a seguire la musica della vita con passo leggero e ritmato. Si crede il custode della porta del cuore, ma in realtà è solo rimasto incastrato all'Incanto, ed ora non sa più come liberarsi.

Grande sostenitore del contrasto, sa che il segreto del suo talento non è altro che un fallimento: come un uccello che non può volare il poeta sogna di decollare con le sue ali d'inchiostro, ma ogni volta è costretto a mascherare il suo goffo tonfo nella realtà con parole che si perdono tra l'azzurro del cielo.





sabato 1 maggio 2010

La perdigiorno


La notte è una perdigiorno, e si nasconde dietro al buio per evitare i monologhi da prima stella del sole. Cleptomane dei colori, li ruba per trasformarli in sogni brillanti.

Si innamora sempre di artisti squattrinati, che seduce facendosi bella con la delicata luce della luna.

Testimone silenziosa dei segreti del letto, conosce a memoria tutte le musiche dell'amore.

Stakanovista del tempo libero, è campione del mondo di bevute fra amici.

Tortuga dell'anima, è un porto franco dove si ritrovano ricordi e speranze fuorilegge per lo spietato ordine del giorno.

Finta timida, adora i finali spettacolari e appena prima dell'alba libera tutti i colori imprigionati al tramonto per godersi un ultimo brindisi in compagnia delle stelle.Poi torna a riposarsi nella sua amata ombra, dove si diverte a perdere tempo tessendo i sogni che verranno.


giovedì 11 marzo 2010

La sicurezza dell'ombra



Lo scrittore non voleva essere ricordato, che a forza di stare nella mente degli altri si finisce per  trascurare la propria. Si considerava un prestigiatore, e appena poteva faceva sparire il mondo dentro le sue parole.Alla realtà preferiva il fascino della sorpresa, e il suo più grande incubo era quello di dover finire per leggere la sua biografia.Come un uomo innamorato di due donne, voleva che la sua vita e la sua arte non si incrociassero mai, nemmeno per caso: sapeva che all'inizio si sarebbero odiate, ma poi avrebbero finito per fare amicizia mettendosi a parlare dei suoi difetti. Per questo decise di nascondersi dietro ai suoi libri, e con coraggio da codardo liberò i suoi personaggi dalle catene della letteratura.

Così la sua identità si ruppe in tanti frammenti diversi, e mentre tutti si preoccupavano delle sue cento diverse nazionalità immaginarie, nell'ombra un solo uomo sorrideva tranquillo.


lunedì 15 febbraio 2010

Il correttore di bozze


Il correttore di bozze stava inseguendo un'a senz'acca, quando il suo sguardo fu catturato dal mondo fuori dalla finestra.

Se ne innamorò subito, senza averlo mai veramente conosciuto.

Aveva letto dell'estate, della musica e delle emozioni, e giovane ed ingenuo, aveva ceduto al suo fascino immaginario. 

Certo, conosceva anche i suoi difetti, ma come in tutte le storie destinate a finire male era certo che sarebbe riuscito a cambiarlo.

Credeva di poter colorare gli incubi, accarezzare il fuoco ed ingannare la morte.

Si lasciarono in un inverno freddo, che il correttore di bozze non era riuscito a riscaldare.

Rassegnato, tornò alle sue amate parole, che più docili dei fatti, si limitano a restare dalla parte giusta della finestra: quella che si può correggere.


lunedì 4 gennaio 2010

L'essenza dell'assenza


Lo zero adora nascondersi in piena luce, ed  è davanti a noi ogni volta che non sappiamo dove guardare. Quando cerchiamo di prenderlo, ci restano in mano solo un mucchio di sogni, illusioni e certezze ormai scadute. Re delle contraddizioni, è sempre qualcosa che non è.  Accurato collezionista di esordi, non discrimina tra chi debutta per davvero o chi ha bisogno di farlo nuovamente. Timido osservatore di eventi, ha delle rotondità che lo fanno sembrare simpatico, anche se non gli permettono di fare colpo sugli altri numeri. Da sempre considerato di poco conto,  è sinonimo di negatività, anche se lui non capisce perché. Ha una sola amica, la possibilità, e ne conosce tutti i segreti. C'è chi giura di averli visti danzare insieme una volta, appena prima dell'origine del mondo.


lunedì 21 dicembre 2009

Il collezionista di possibilità


Il collezionista di possibilità ha una scatola piena di se e di può darsi, e quando è triste ci si tuffa dentro.

Vive in una casa in cima ai suoi pensieri, e non si paga l'affitto.

Si declina al futuro, ma la sua  è una condizione troppo condizionata dai condizionali per fare progetti a lunga scadenza..

Appassionato di scuse e destini avversi, costruisce muri altissimi per sbatterci contro.

Fiero anticipatore di nostalgie,  spesso si porta avanti sul lavoro, rimpiangendo quello che  ancora devo succedere.

Prigioniero della sua libertà,  si diverte a giocare con il suo passato, truccandolo con i ricordi che preferisce.

Assuefatto consumatore di sogni,  è un professionista di insuccessi nella scalata alla realtà.

Perdente ma con stile, sa che in fondo la sua più che una condanna è un privilegio. 

Nessuno, infatti, può godere del suo stesso panorama: un'immensa distesa verde piena di futuri ancora liberi e brillanti, tutti da collezionare.